Meno disincantata, la letteratura non ha cessato di commentare il carattere intollerabile delle situazioni banali, poiché è precisamente la parola a fare di una relazione corrente una relazione fondamentale e di questa una relazione scandalosa.
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Che cosa ci importa sapere se è maggior gloria essere romanziere, poeta, saggista o cronista letterario? Lo scrittore non può essere definito in termini di ruolo o di valore, ma solo da una certa coscienza di parola. E' scrittore colui per il quale il linguaggio costituisce un problema, che ne sperimenta la profondità, non la strumentalità o la bellezza.
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Qualunque cosa pensino o decretino le società, l'opera le oltrepassa, le attraversa, allo stesso modo di una forma che certi sensi più o meno contingenti, storici, vengono di volta in volta a riempire: un'opera è "eterna", non perché impone un senso unico a uomini diversi, ma perché suggerisce sensi diversi a un uomo unico, che parla sempre la stessa lingua simbolica attraverso una pluralità di tempi: l'opera propone, l'uomo dispone.
Ogni lettore ne è consapevole, se non vuole lasciarsi intimidire dalle censure della lettera: non sente forse di riprendere contatto con un certo al di là del testo, come se il linguaggio primo dell'opera sviluppasse in lui altre parole e gli insegnasse a parlare una seconda lingua? E' ciò che chiamiamo sognare.
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[La seconda lingua e la lingua seconda, rincorsa amorosa di tutta la mia vita]
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In genere noi tendiamo, per lo meno oggi, a credere che lo scrittore possa rivendicare il senso della sua opera e definire egli stesso questo senso come legale; di qui l'irragionevole interrogazione che il critico rivolge allo scrittore morto, alla sua vita, alle tracce delle sue intenzioni, perché lo scrittore stesso ci confermi ciò che la sua opera significa: si vuole a tutti i costi far parlare il morto o i suoi sostituti, il suo tempo, il genere, il lessico, in breve tutto ciò che è contemporaneo all'autore, proprietario per metonimia del diritto dello scrittore passato sulla propria creazione. C'è di più: ci viene chiesto di attendere che lo scrittore sia morto per poterlo trattare con "oggettività"; strano rovesciamento: è nel momento in cui l'opera diviene mitica che dobbiamo trattarla come un fatto esatto.
La morte ha un'altra importanza. Essa irrealizza la firma dell'autore e fa dell'opera un mito: la verità degli aneddoti tenta inutilmente di raggiungere la verità dei simboli.